I figli del Tempo: la Trama

“Non c’erano finestre nella struttura Brin 2: la rotazione implicava che l’‘esterno’ fosse sempre ‘giù’, sotto i piedi, lontano dalla mente. Gli schermi a parete raccontavano una storia piacevole, davano una visione composita del mondo sottostante che ignorava la loro costante precessione e mostrava il pianeta sospeso e immobile nello spazio: la biglia verde che ricordava la biglia azzurra che era casa, distante venti anni luce. La Terra era stata verde, ai suoi tempi, anche se da allora i suoi colori erano sbiaditi, anche se forse non era mai stata altrettanto verde quanto questo mondo splendidamente costruito, dove perfino gli oceani scintillavano smeraldini per il fitoplancton che manteneva l’equilibrio dell’ossigeno nell’atmosfera. Quanto era delicato e sfaccettato il compito di costruire un monumento vivente che rimanesse stabile attraverso le ere geologiche a venire…”

L’incipit di questo “I Figli del Tempo” di Adrian Tchaikovsky, ci racconta già alcuni dettagli importanti per la storia: siamo vicini a un nuovo mondo, lontani anni luce da una Terra probabilmente non più abitabile. Ci racconta anche che questo verde pianeta è stato costruito dall’uomo stesso come possibile nuova casa, segno di una tecnologia estremamente avanza, ma con l’umanità ancora incapace di garantirsi la pace.

E infatti questo nuovo romanzo edito da Fanucci, passa immediatamente da un possibile nuovo inizio, a una probabile fine del genere umano, che lascia però qualche germoglio di vita in giro per l’universo. Il racconto doppio che si va a dipanare capitolo dopo capitolo, sarà proprio la storia che a doppio filo (è il caso di dirlo) vedrà lo sviluppo di una nuova forma di vita intelligente e quello invece degli ultimi umani rimasti. Distanti non solo nello spazio e nel tempo, ma anche nella visione della vita stessa.

E’ proprio la parte riguardante lo sviluppo di questa intelligenza aracnide (già… potrebbero essere proprio i ragni a governare il nuovo universo…) è forse quella che l’autore riesce a sviluppare in maniera più originale e innovativa, costruendo non solo una nuova società, ma un proprio una vera e propria storia di evoluzione alternativa. Come sarebbe la scienza, la religione, la società e l’amore se tutto fosse visto e vissuto dagli occhi di un ragno? Ecco, la tela che è riuscito a imbastire Tchaikovsky, è un quadro davvero veritiero e affascinante di questo nuovo mondo.

Ma c’è anche un’altra storia ad alternarsi nel libro, quella di questo gruppo di umani (gli ultimi della specie rimasti), che invece avrà ben altri problemi da affrontare. Certamente più tipici, purtroppo, ma non per questo meno intensi e sviluppati.

Due mondi così diversi, due storie di evoluzione così distanti. Eppure arriverà il momento in cui dovranno trovarsi una di fronte all’altra. Arriverà il momento di dover scegliere tra convivere o combattere. Cosa sceglierà il genere umano? E cosa i Ragni?

Chi è l’autore?

Adrian Tchaikovsky (Czajkowski in verità, anche se nelle pubblicazioni ha cambiato il suo cognome per facilità di lettura nei paesi anglosassoni), è uno di quelli scrittori che ha fatto la sua bella gavetta prima del successo. Anni e anni prima di trovare finalmente la sua prima pubblicazione nel 2008, e poi ancora un lungo lasso di tempo in cui farsi conoscere (al ritmo di almeno un romanzo ogni anno). E infine, finalmente, il meritato riconoscimento con la vittoria del premio A.C.Clarke Award nel 2016 (proprio con “I Figli del Tempo“) e l’anno successivo anche il British Fantasy Award per il suo romanzo fantasy “The Tiger and the Wolf“. Due premi che lo hanno definitivamente consacrato come scrittore di alto livello, ma più ancora è stato il successo di critica a dare una nuova dimensione all’autore, proprio per la sua capacità di affrontare e sviluppare temi importanti come quello della religione, intelligenza artificiale e dell’evoluzione stessa di una specie.

Perchè leggerlo?

Premesso che il libro è fortemente sconsigliato a chi ha qualche problema di “aracnofobia” (scherzo… ma anche no…), devo dire che mi era capitato molto raramente negli ultimi anni, di appassionarmi a una lettura come è successo questa volta.

Il merito va certamente alla buona dose di equilibrio che l’autore è riuscito a tenere per tutte le quasi 500 pagine di racconto, alternando le vicissitudini dell’ultima nave-arca del genere umano, a quelle dell’evoluzione di una nuova specie intelligente di ragni nell’ultimo dei pianeti abitabili della galassia.

Intanto lo stile è assolutamente leggibile anche se, visti gli argomenti in gioco, c’è qualche “spiegone” necessario per comprendere il mondo così alieno (nel vero senso della parola) costruito da Tchaikovsky, che non a caso mostra le sue molte competenze di zoologo e psicologo, rendendo di fatto lo sviluppo sociale e intellettivo degli aracnidi estremamente credibile. Tanto che nonostante le profonde diversità pratiche e mentali, rivediamo in quello sviluppo molte delle componenti che hanno costituito anche quello della storia umana (e soprattutto, la nascita di religioni, tecnologie e condizioni sociali…).

E proprio questa “empatia” è uno dei fili conduttori della storia. Nella presenza e nella mancanza. Credo sia una delle uniche volte in vita mia che non ho sentito avversione per quegli esseri a otto zampe tanto si arriva a sentirli vicini.

Ma il vero colpo di scena lo ritroviamo però nella parte finale del libro. Dove i due mondi si incontrano. Dove le due specie dovranno lottare per la sopravvivenza in quell’unico pianeta disponibile. E’ qua che tutti i fili di questa ragnatela di storie intrecciata dall’autore, vengono tirati con magistrale senso di meraviglia.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *