Le voci su questo primo romanzo di Christina Dalcher, si sono rincorse fin dalla sua uscita di settembre. Di “VOX” ne hanno scritto praticamente tutti i portali di settore, ma non solo. L’accostamento fin troppo facile con il più famoso romanzo “Il Racconto dell’Ancella” della Atwood (oggi conosciuto dal grande pubblico anche grazie alla splendida serie televisiva), ne ha amplificato l’eco mediatico, arrivando a coinvolgere probabilmente anche lettori non così vicini al genere distopico e fantascientifico.

La trama portante di “VOX” in effetti è forte e potente: l’america del futuro è consegnata a un regime religioso che impone alle donne di pronunciare solo 100 parole al giorno. Per questo tutte, fin da bambine, vivono con un bracciale al polso che scandisce le loro parole fino al massimo di cento. Oltre, una scarica elettrica le colpirebbe in maniera esponenziale per ogni parola detta.

E’ soltanto la punta dell’iceberg di una società fortemente repressiva nei confronti di tutte le donne, seguendo fin troppo letteralmente alcuni estratti della Bibbia. Un mondo in cui è vietata la loro libera espressione, la possibilità di fare qualcosa al di fuori del focolare domestico, e che punisce severamente i peccati che ledono la famiglia. L’adulterio è punito con la morte, ovviamente.

Il potere religioso capisce immediatamente che il modo migliore per portare avanti la sua crociata, è togliere non solo la possibilità pratica di ribellione, ma creando le condizioni affinchè questa non sia mai più possibile. Togliere la parola alle bambine, significa infatti relegarle a una non esistenza, a un non sviluppo intellettivo persino. Obbligate a vivere all’interno dei mille paletti che gli sono dati senza nemmeno la possibilità di pensare a come uscirne.

Insomma le possibilità per “VOX” di essere un grande successo c’erano tutte. E a giudicare dalle vendite e dall’eco di recensioni positive che leggo in giro, probabilmente almeno questo bersaglio è stato centrato. Ma se faccio questa premessa, è perchè a mio avviso ci sono tanti e grossi MA.

Intanto le mancate aspettative. Quando pubblicizzi un lavoro del genere affiancandolo e accostandolo a un capolavoro come quello della Atwood, forse da un lato ne ricevi tanta luce riflessa per fare pubblicità, ma al contempo rischi di venire bruciato da un confronto totalmente impari. Perchè questi due libri non hanno lo stesso peso specifico. Tutti e due sono certamente utili per illuminare la causa, ma se da una parte si cerca di scavare nelle profondità dell’animo umano, in “VOX” c’è solo un lieve segno in superficie. E’ tutto molto scorrevole e lineare. Ma questo non è sempre un complimento, soprattutto quando si toccano temi così importanti.

Non sono tanto i difetti nella storia (e ce ne sono diversi, probabilmente ancora per troppa superficialità), quanto la pochezza nell’approfondire i drammi dei vari personaggi. Persino le scene più crude alla fine sono solo una pallida fotografia sbiadita di una realtà che appare distante e forzata. Appena toccata.

L’unica cosa che ci coinvolge è la storia d’amore. Perchè a tutti gli effetti questo libro è più vicino ad un “romance“, quasi “young adult” se si esclude l’età dei protagonisti. Utile certamente per nuovi lettori che ancora non avevano avuto modo di conoscere questo tipo di tematiche ma, come detto, piuttosto superficiale e ripetitivo per chi ha avuto modo di leggere queste stesse tematiche già altre volte (e certamente in maniera più approfondita).

Non posso dire che sia un brutto libro. Ma non ti lascia molto alla fine. E quando leggo questo tipo di tematiche, non mi aspetto di seguire solo e soltanto una trama scontata e una storia d’amore altrettanto vista e rivista.

L’aspetto più positivo è appunto la speranza che questo “trait d’union” con la maestosa opera della Atwood (di cui però ha in comune giusto la tematica principale), serva almeno a portare nuovi lettori ad interessarsi, oltre alla superficie, anche alle profondità che possono trovare in altre opere del genere.

 

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